Il titolare e la custodia della matrice
I Comuni: la genesi del sigillo civico
I Comuni: la genesi del sigillo civico
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Nel Medioevo europeo, l’adozione del sigillo da parte delle comunità urbane accompagnò il progressivo sviluppo della conquistata autonomia politica e giurisdizionale. Nella fase iniziale della loro formazione, i Comuni non disponevano ancora di una propria cancelleria e i loro atti venivano redatti e convalidati esclusivamente attraverso l’intervento di notai legati all’autorità imperiale.
A partire dalla metà del XII secolo, insieme al progressivo affrancamento dall’autorità imperiale, i Comuni iniziarono a produrre una documentazione sempre più autonoma assumendo le forme proprie del documento pubblico. L’apposizione del sigillo civico divenne così uno degli strumenti attraverso i quali la comunità poteva rendere riconoscibili e convalidare i propri atti.
Il sigillo veniva utilizzato per documenti di diversa natura: dagli atti di ordinaria amministrazione alle litterae di carattere pubblico, fino ai trattati di pace, alle alleanze e agli accordi stipulati con altre autorità. La sua funzione non era tuttavia soltanto giuridica. Attraverso l’immagine impressa nella matrice, il Comune poteva rappresentare se stesso e rendere visibili la propria identità, la propria appartenenza e la propria autorità.
Anche i programmi iconografici dei sigilli comunali si offrono come testimoni delle mutazioni interne alla città. Nella prima età comunale compaiono, tra le altre, immagini di cavalieri e figure legate all’esercizio del potere militare da parte del ceto nobiliare. Successivamente, acquistano rilievo le rappresentazioni delle città, con mura merlate e torri fortificate, assurgendo a simboli della coesione civica contro le pretese dell’Impero. Verso la metà del XIII secolo, invece, in concomitanza con l’istituzione del Capitano del Popolo e degli Anziani, le matrici si ornano della figura del santo patrono o di simboli sacri per marcare il trionfo della commune populi (la comunità del popolo) contro le fazioni oligarchiche.
È in questa prospettiva che può essere letto il sigillo emanato dal Consiglio degli Anziani di Bergamo nella persona del podestà Alvise Contarini II, datato 1748. L’impronta, circolare in cera, raffigura sant’Alessandro martire, patrono della città, coronato e in abbigliamento militare, a cavallo col vessillo nella mano sinistra. La leggenda, “SANCTUS ALEXANDER BERGOMI PROTECTOR”, identifica il santo come protettore di Bergamo, permettendo alla comunità di riconoscersi attraverso una figura condivisa e trasformando il sigillo in un segno dell’identità civica.
Anche la roboratio nel documento chiarisce questo stretto rapporto tra atto, autorità e sigillo: “In quorum testimonium has nostras patentes literas fieri iussimus per cancellarios nostros subscribi et D. Alexandri nostri Tutelaris sigillo muniri”.
“A protezione e testimonianza di ciò, abbiamo ordinato che fossero redatte queste nostre lettere patenti, che fossero sottoscritte dai nostri cancellieri e munite del sigillo del nostro protettore Alessandro”.
Il percorso prosegue: esplora il collegamento per approfondire il sigillo della Repubblica di Venezia.
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