Meccanica dell'apposizione e sistemi di vincolo
Sistemi di protezione: colletti, culle e teche
Sistemi di protezione: colletti, culle e teche
A causa della fragilità della cera, le cancellerie idearono sistemi di protezione via via più sofisticati per preservare l’integrità dei rilievi.
Il colletto è il metodo più semplice e antico, riscontrabile già nei primi diplomi imperiali, come quello di Lotario I Imperatore (sec. IX). Versando la cera in abbondanza, l’azione di forte pressione dello stampo generava un margine rialzato lungo il perimetro dell’incisione. L’impronta si trova così incassata all’interno di una cornice protettiva che la difendeva dagli schiacciamenti accidentali.
La culla rappresenta un’evoluzione tecnica in cui il sigillo giace entro un guscio ceroso, talvolta levigato e tornito tramite una specifica formella o stampo modellato a parte. Il procedimento prevedeva di formare dapprima questa culla esterna utilizzando cera d’api naturale. Sul fondo interno della culla venivano incise con uno stilo delle piccole linee a reticolo o a scacchiera, destinate a migliorare l’aderenza meccanica dello strato successivo. In un secondo momento, si colava all’interno del bacino un piccolo strato di cera colorata sul quale veniva impressa la matrice definitiva. Il bordo del sigillo impresso, sollevandosi per la pressione, andava a fondersi con il perimetro della culla. Nel suggello pendente della Curia Vescovile di Bergamo (1351) merita assoluta attenzione la culla di cera vergine naturale, sulla quale è stato disposto lo strato di cera rossa costituente il sigillo vero e proprio.
A partire dal XIII secolo, si diffuse in Italia l’uso di colare la cera del sigillo direttamente dentro apposite teche in legno tornito o in metallo, entro le quali erano stati precedentemente infilati i nastri o i cordoni del documento attraverso apposite asole, e talvolta provviste di coperchi protettivi. L’impiego di questi supporti rigidi testimonia la volontà delle cancellerie di proteggere l’autenticità dell’atto in modo sempre più scrupoloso. L’impronta di Guglielmo Cassador (1517) adotta come guscio protettivo una solida ed elegante teca di legno, mentre, la presenza della raffinata teca metallica con coperchio del Capitolo della Cattedrale di Bergamo (1589) testimonia una tecnologia di protezione tipica dei sigilli ecclesiastici di fine Cinquecento.
Tuttavia, l’adozione della teca determinò una profonda conseguenza diplomatica: poiché il guscio di legno o metallo copriva interamente il retro del sigillo, restava visibile ovviamente soltanto una faccia dell’impronta. Ciò determinò il progressivo diradarsi e la totale scomparsa dei controsigilli in Età Moderna.
L’evoluzione della sfragistica e della tecnologia documentaria rivela come materia, tecnica e forme di apposizione non fossero aspetti separati dalla funzione del sigillo. È proprio attraverso queste caratteristiche materiali che ogni singola impronta continua a raccontare il rapporto indissolubile tra il manufatto d’arte, la validità del documento e le persone che ne hanno fatto uso.
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