La matrice e l'impronta: tecniche di produzione
Meccanica dell’apposizione e sistemi di vincolo
Meccanica dell’apposizione e sistemi di vincolo
L’atto di impressione rappresenta il momento cruciale del lungo iter di formazione del documento cancelleresco. La disciplina sfragistica divide i sigilli in due categorie in base alla loro collocazione spaziale e meccanica rispetto alla pagina: i sigilli aderenti e i sigilli pendenti.
I sigilli aderenti sono storicamente i più antichi, essendo solidali con il supporto. Il procedimento base prevedeva di scaldare la cera e colarla direttamente sul documento, imprimendola con il tipario prima del raffreddamento. Per favorire l’adesione della cera al supporto scrittorio liscio, le cancellerie svilupparono diverse soluzioni di ancoraggio, come la raschiatura di un tratto della pergamena per renderla ruvida, permettendo al composto di aggrapparsi in modo durevole. Frequente nell’Alto Medioevo per i sigilli di grosse dimensioni e bifacciali, era poi la pratica di fori o tagli a croce sul supporto, ripiegando gli angoli all’esterno per formare un’apertura. Al momento dell’impressione, una parte della cera fluiva attraverso la pergamena sul rovescio, andando a costituire un bottone di rinforzo o una vera e propria seconda faccia che poteva essere impressa con un controsigillo. Data la loro massa, questi sigilli venivano definiti incassati: è questa una tecnica mirabilmente rappresentata nel sigillo di Gerardo Vescovo di Bergamo del 1147.
In alcune cancellerie la cera veniva colata sulle incisioni del supporto interponendo sottili striscioline di pergamena incrociate o piccoli cordoncini, i quali venivano inglobati nella massa fusa. Una variante rinascimentale molto diffusa di questo principio è l’apposizione aderente “a coda semplice”. L’impronta di Francesco I di Valois-Angoulême del 1516 ne costituisce un prezioso esemplare, presentandosi come un sigillo apposto su una striscia di pergamena ricavata direttamente dal margine inferiore del documento, risultando pertanto solidale al supporto stesso.
L’abbandono progressivo della pergamena a favore della carta, materiale leggero e inadatto a sostenere i forti pesi dei grandi sigilli incassati, impose la riduzione delle dimensioni delle impronte aderenti. Data l’estrema fragilità di questi piccoli spessori cerosi, invalse l’uso di proteggere lo strato di cera interponendo, tra la massa calda e la matrice, un foglietto di carta di forma quadrata o a losanga, ritagliato a mano dai cancellieri. Questa prassi diede luogo al sigillo di cera sotto carta, capace di garantire un ancoraggio molto durevole nel tempo perché la carta fungeva da scudo protettivo. Un esempio di questa evoluzione è rappresentato dal sigillo di Gian Galeazzo Maria Sforza (1494).
Nelle epoche sette-ottocentesche, la ricerca di una maggiore rapidità burocratica portò alla sostituzione della cera sottostante con un collante formato da farina e gommalacca (detto ostia), dando vita al sigillo di carta vero e proprio.
I sigilli pendenti sono vincolati al documento mediante un supporto di appensione esterno ad esso. Caratteristici dei documenti membranacei, i sigilli pendenti vennero introdotti a partire dall’XI secolo per affermarsi pienamente nei secoli XII-XIII. Il sistema di vincolo si basava sul ripiegamento del lembo inferiore del documento per qualche centimetro, proporzionalmente alle dimensioni dell’atto, configurando la cosiddetta plica, il cui scopo era raddoppiare la resistenza della pergamena nei punti di trazione. La plica veniva forata in due o più punti, denominati oculi, attraverso i quali venivano fatti passare gli elementi di appensione: cordoni, trecce di canapa, seta o fili d’oro, nastri, oppure sottili strisce di pergamena denominate tenie. I cordoni venivano annodati al di sotto della plica e i loro lembi terminali venivano inseriti nella massa cerosa ammorbidita.
Un aspetto cruciale dell’ingegneria del sigillo pendente risiedeva nel posizionamento dei fili all’interno della cera: per evitare che il sigillo, una volta solidificato, potesse scivolare lungo il proprio asse, venivano predisposti dei nodi interni che fungevano da blocco.
La sigillatura in metallo e le eccezioni meccaniche
La prassi della sigillatura in metallo, mutuata dall’area orientale dell’Impero Romano, fu tipica della cancelleria pontificia, dei territori di pertinenza Bizantina e della Repubblica di Venezia. A partire dal Medioevo, il termine bulla passò a indicare genericamente qualsiasi tipo di sigillo metallico, con una netta prevalenza dell’uso del piombo. Il piombo si prestava bene alla fabbricazione dei sigilli grazie alla sua attitudine alla deformazione plastica, ricevendo fedelmente l’impronta di matrici di ferro o bronzo. In rare e solenni occasioni, le cancellerie sovrane più importanti d’Occidente fecero uso della bolla d’oro, denominata crisobolla.
Per le bolle plumbee, il processo meccanico era analogo a quello dei sigilli pendenti in cera, ma a freddo: la sfera di piombo pre-forata accoglieva le cordicelle uscenti dagli oculi del documento. Il metallo veniva compresso tra le due matrici tramite appositi strumenti (le tenaglie da bolla). La forte compressione del piombo schiacciava il canale interno, bloccando le cordicelle e impedendone l’estrazione, mentre sul verso e sul recto si formavano nitide impressioni a rilevo. Sebbene questa dinamica fosse nata per l’appensione, il sigillo di Antonio Vitali costituisce una rarità sfragistica assoluta per ciò che concerne l’applicazione diretta del piombo sulla superficie piatta del supporto scrittorio, un metallo che, nella quasi totalità dei casi storici, si riscontra esclusivamente in modalità pendente.
Il percorso prosegue: scopri gli strumenti impiegati per sigillare con le bolle plumbee e i sistemi adottati per proteggere e conservare i sigilli.
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