Il titolare e la custodia della matrice

La Chiesa: i sigilli ecclesiastici

La Chiesa: i sigilli ecclesiastici

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Nel Medioevo e nella prima Età moderna il sigillo ebbe una diffusione molto ampia nella vita ufficiale della Chiesa. Il vescovo lo utilizzava per convalidare i documenti attraverso i quali esercitava le proprie funzioni: precetti, mandati, lettere e privilegi potevano essere autenticati mediante la sottoscrizione autografa, l’apposizione del sigillo o, più di frequente, attraverso entrambe le forme di convalidazione.

L’uso del sigillo non rimase però limitato alla persona del vescovo. Con il progressivo sviluppo dell’organizzazione ecclesiastica, anche gli uffici episcopali, come la Curia, la Mensa e il tribunale ecclesiastico, adottarono i propri sigilli. Lo stesso avvenne per i Capitoli delle cattedrali, per gli Ordini e le Congregazioni religiose, per le Confraternite e, più in generale, per gli enti e le persone appartenenti alla società ecclesiale.

Nell’adottare i propri sigilli, da principio, molti vescovi e dignitari ecclesiastici imitarono le bolle dei pontefici che sono state, in un certo senso, dei prototipi dai quali sono scaturite le varietà quasi illimitate di forme e modelli della sfragistica ecclesiastica. La loro storia mostra come, nel corso dei secoli, la forma dell’impronta, le immagini e le iscrizioni siano cambiate insieme alle esigenze della cancelleria pontificia e alle modalità di rappresentazione dell’autorità papale.

Le prime attestazioni riconosciute mostrano una notevole varietà. Nel più antico sigillo plumbeo giunto sino a noi, quello appartenuto a Papa Adeodato I (615-618), il recto reca il Buon Pastore e il verso riporta la dicitura “Deusdedit Papae” (con il nome originario latino del pontefice, comunemente tradotto come Adeodato). Fino al IX secolo il nome del pontefice compare al genitivo sul recto, mentre sul verso ricorre la leggenda “+ PAPAE +”. In seguito il nome viene rappresentato prima attraverso un monogramma e poi per esteso. A partire dal pontificato di Leone IX (1048-1054) compare anche il numero ordinale del pontefice.

Un ulteriore cambiamento si verifica con l’introduzione delle figure degli apostoli. Sotto Niccolò II (1058-1061) compare per la prima volta san Pietro; poco dopo, durante il pontificato di Gregorio VII (1073-1085), compaiono insieme San Pietro e San Paolo. Infine, con Pasquale II (1099-1118) si afferma la forma destinata a caratterizzare stabilmente la bolla pontificia nei secoli successivi: al recto i busti dei due apostoli, distinti dalle abbreviazioni epigrafiche “SPA – SPE” [S(anctus) PA(ulus) e S(anctus) PE(trus)] e da precisi attributi fisionomici (San Pietro con capigliatura e barba corta e folta, San Paolo con barba appuntita e ampia), al verso il nome del pontefice per esteso, sormontato da una croce e seguito da relativo numero ordinale.

L’applicazione di questo modello si riscontra chiaramente in due esemplari presenti nel Fondo del Capitolo della Cattedrale di Bergamo. Nella bolla di Innocenzo II (28 giugno 1132), al recto i volti degli apostoli sono racchiusi entro semicerchi a globetti e divisi da una croce astile. Al verso, si apprezza la regolare disposizione del modulo delle lettere ordinata su tre righe: “INNO / CENTIUS / P’P II”.

Quella di Urbano III (10 agosto 1186), volta a porre sotto la protezione della Santa Sede i canonici della Cattedrale di San Vincenzo di Bergamo, pende da fili serici gialli e rossi, contrassegnando l’atto come una lettera di grazia. Il recto si mantiene rigorosamente identico a quello del predecessore, confermando la consuetudine dei pontefici di rinnovare unicamente il verso recante la leggenda onomastica che qui recita “UR / BANUS / PP’ III”.

Il percorso prosegue: approfondisci le trasformazioni dei sigilli ecclesiastici e le pratiche documentarie della Chiesa attraverso le schede collegate.

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