Ego Sum Sigillum: impronta e segni che parlano

Il titolare e la custodia della matrice

Il titolare e la custodia della matrice

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Alcuni sigilli appartengono a un papa, a un vescovo, a un signore; altri rappresentano una comunità, un’istituzione, una professione. Cambia chi possiede la matrice, cambiano le responsabilità e le modalità della sua custodia. Ma permane un principio sfragistico invariante: chi controlla la matrice governa e legittima la possibilità di lasciare quel segno.

Il sigillo nasce quando un segno da decorativo diventa intenzionale. Per comprendere questo passaggio dobbiamo tornare alle pintaderas, piccoli strumenti di pietra, ceramica, legno o altri materiali, utilizzati in diverse civiltà per lasciare un’impronta su una superficie. Documentate in Mesopotamia già nel VII millennio a.C., esse rappresentano un precedente materiale importante per la storia del sigillo, pur non essendolo ancora a tutti gli effetti. Il loro impiego era principalmente ornamentale e serviva, ad esempio, a imprimere motivi geometrici sulla ceramica, sui tessuti o sulla pelle.

Perché un’impronta possa diventare un sigillo è necessario qualcosa che vada oltre la materia: la volontà di segnare un oggetto per una determinata finalità giuridico-sociale. È questo elemento intenzionale a trasformare una semplice impronta in un segno riconducibile a qualcuno. Da quel momento diventa fondamentale anche la custodia della matrice: solo chi ne controlla l’uso può fare in modo che l’impronta esprima effettivamente la propria volontà.

La matrice e il sigillo sono perciò due elementi distinti ma inseparabili. La matrice è il segno nella sua forma potenziale; il sigillo è quel segno diventato impronta e rivolto agli altri. La prima deve essere custodita, il secondo può invece essere trasmesso, apposto a un documento e affidato al tempo.

La custodia della matrice è quindi una condizione essenziale del funzionamento del sigillo. Nel corso della storia, le modalità di questa custodia sono state diverse. Le matrici cilindriche mesopotamiche potevano essere portate dal proprietario sul corpo, appese al collo o al bastone di comando; gli scarabei egizi e gli anelli sigillari romani e altomedievali (annuli signatori) venivano portati al dito; in area iberica d’età medievale alcune matrici erano appese a una catenella o a un cordone d’uso personale.

Quando il sigillo apparteneva invece a una comunità o a un’istituzione, la custodia poteva diventare condivisa e regolamentata. Le matrici dei Consigli municipali, ad esempio, potevano essere affidate a più persone o custodite in un’arca dotata di diverse serrature, le cui chiavi erano distribuite tra persone diverse. In questo modo nessuno poteva utilizzare la matrice in modo autonomo.

Custodire la matrice significava salvaguardare la possibilità stessa di parlare attraverso il sigillo, preservando la facoltà di espressione giuridica dell’ente che, attraverso la sua impronta, rende riconoscibile la propria volontà.

Con la crescita delle cancellerie, tra il XII e il XIV secolo, qualcosa cambia. Re, principi e vescovi si trovano a dover produrre un numero sempre più elevato di documenti e la matrice può non essere più ritenuta personalmente dal titolare. Essa viene affidata a ufficiali specializzati, quali cancellieri e grandi sigillatori, che ne gestiscono l’impiego. La distanza tra il titolare e la matrice rende così meno immediata quella relazione personale tra chi detiene il potere e il segno che lo rappresenta.

Si fa strada quindi una nuova esigenza: come rendere nuovamente visibile l’intervento personale di chi detiene l’autorità? È in questo contesto che, accanto ai sigilli di cancelleria, si diffondono sigilli più propriamente personali, come gli anelli sigillari e i sigilli segreti. In alcuni casi vengono utilizzati anche per controsigillare il verso del sigillo di cancelleria, aggiungendo materialmente un’ulteriore manifestazione della volontà personale del titolare.

Il modo in cui una matrice viene custodita racconta dunque molto del ruolo di chi la possiede. Non tutti i sigilli appartengo allo stesso mondo, né tutti i titolari esercitano la propria autorità nello stesso modo. Pontefici e vescovi, sovrani e signori, comuni e istituzioni, artigiani e mercanti hanno affidato ai propri sigilli funzioni, immagini e significati differenti.

Il percorso prosegue: le prossime sezioni seguono proprio le diverse forme di appartenenza, attraverso alcuni dei sigilli presenti nel percorso espositivo.

La Chiesa: i sigilli ecclesiastici

I Comuni: la genesi del sigillo civico

I Signori: la sfragistica Signorile e le dinamiche di legittimazione politica nel Rinascimento

I privati: la sfragistica privata, professionale e mercantile

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