La matrice e l'impronta: tecniche di produzione

La preparazione della cera da sigilli e la tradizione dei ricettari antichi

La preparazione della cera da sigilli e la tradizione dei ricettari antichi

Nel panorama diplomatico e della paleografia, il sigillo non rappresenta soltanto un elemento di autenticazione del documento, ma costituisce un vero e proprio manufatto tecnologico. La transizione delle formule chimiche impiegate dalla cancellerie europee rivela un’approfondita conoscenza dei materiali. Se a partire dal XVI secolo la ceralacca o “cera di Spagna” diventerà lo standard indiscusso, l’epoca medievale si caratterizza per l’uso di una miscela duttile e complessa, incentrata sulla cera d’api e sulle resine vegetali.

Numerosi ricettari antichi ne hanno tramandato le modalità di preparazione. È però nel XV secolo che assistiamo alla massima fioritura di ricette dedicate all’ambito documentario e burocratico. Ne è un esempio il testo in medio inglese conservato nel manoscritto MS Sloane 73 (f. 173v) della British Library che recita: “Take a round of whight wex, and throwe therinne a quartroun of terbentyne, and melte hem two togidere…”, “Prendi un panetto di cera bianca e gettaci dentro un quarto di trementina, e fondili insieme…”.

Il fulcro di questa evoluzione tecnologica è un passo tratto dal celebre Tegernseer Manuskript (noto anche come Liber illuministrarum), conservato alla Biblioteca di Stato di Monaco di Baviera (BSB Cgm 821) e datato agli anni 1470-1475. Questo codice, redatto nell’ambiente monastico bavarese, costituisce una delle più straordinarie compilazioni di ricette artigianali del XV secolo. Il brano che segue fa luce sulla precisa ricetta per la preparazione della cera nelle varianti rossa, nera e verde, concentrandosi in particolare sulla procedura per il colore rosso (de rubea):

“De modo faciendi ceram rubeam, albam, nigram et viridem. De rubea. Recipe cinobrii bene triti. Picis rubee ana partem I. Cere noue partes III. Confice sic. Ponantur cera et pix in cacabo vitriato super carbones ignitos donec simul liquefiant et reiciantur interim cum spatula feces picis que in fundum cadunt vel quod melius est colantur per pannum lineum. Et tunc si necesse fuerit interim liquefiant et non bulliantur. Et sic remotis hiis ab igne permitte aliquantulum frigidari ita ut digitus in eis sustineri possit et tunc addatur cinobrium et ultimo sagimen et moveatur continue cum spatula donec incipiant inspissari et tunc infundatur testis parvis ad hoc aptis prius inuctis cum sagimine vel auxugis […]”.

Al fine di comprendere l’esatta catena operativa descritta dal copista, si propone di seguito una traduzione del passo latino: “Sul modo di fare la cera rossa, bianca, nera e verde. Sulla [cera] rossa. Prendi una parte di cinabro ben macinato e altrettanta [una parte] di pece rossa. Tre parti di cera nuova. Prepara così. Si mettano la cera e la pece in un recipiente invetriato sopra carboni accesi, finché non si fondano insieme e nel frattempo si eliminino con una spatola le scorie della pece che cadono sul fondo o, cosa che è migliore, si colino attraverso un panno di lino. E allora, se nel frattempo fosse necessario, si fondano ancora ma non si facciano bollire. E così, rimosse queste cose dal fuoco, lascia raffreddare un poco, in modo tale che vi si possa sostenere il dito dentro, e allora si aggiunga il cinabro e per ultimo il grasso, e si mescoli continuamente con la spatola finché non inizino a raddensarsi; e allora si coli in piccoli stampi adatti a questo scopo, precedentemente unti con grasso o strutto […].”

Il manoscritto parla esplicitamente di cera nova, ossia di cera d’api vergine schiarita, privata di tutte le impurità grezze attraverso ripetuti lavaggi. Inoltre, sotto il profilo operativo, il ricettario rivela una cautela termica condivisa anche dal manoscritto inglese, cioè l’avvertimento di non far bollire il composto e l’ordine tassativo di attendere che la mescola sia tiepida (tanto da poterci immergere un dito) prima di inserire il cinabro, al fine di non degradare il pigmento. Sottoposto a calore eccessivo, infatti, il cinabro tende all’annerimento, compromettendo la brillantezza del prezioso rosso imperiale.

I dettagli forniti dai due manoscritti ci restituiscono l’immagine di una produzione pre-industriale e standardizzata. L’indicazione di far colare la cera in testis parvis (piccoli stampi) serviva a creare panetti o bastoncini pronti all’uso. I registri di spesa delle grandi cancellerie europee (come quella papale o della corona inglese) confermano questa dinamica economica: gli ufficiali non perdevano tempo a miscelare pece, cinabro e grasso in loco, ma compravano fusti di cera da sigilli già confezionata da speziali o mercanti specializzati. I ricettari monastici del XV secolo non facevano dunque che codificare e tramandare una formula perfetta, un sapiente equilibrio di sostanze che ha permesso a migliaia di sigilli di sfidare i secoli e giungere intatti fino a noi.

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