La Chiesa: i sigilli ecclesiastici

Il sigillo e la roboratio: parola, autorità e convalida

Il sigillo e la roboratio: parola, autorità e convalida

In diplomatica, la roboratio è la parte dell’escatocollo nella quale vengono annunciati i segni di validazione destinati a conferire al documento certezza e valore giuridico. La formula di corroborazione presenta una stretta relazione con la natura materiale del sigillo e con lo status giuridico e istituzionale dell’autorità che emana l’atto.

L’analisi di documenti compresi tra il Tardo Medioevo e l’Età Moderna, afferenti principalmente all’ambito ecclesiastico bergamasco e alle strutture dell’Ordine Ospedaliero di Sant’Antonio di Vienne, permette di osservare come la formula scritta possa fornire informazioni sulla tipologia della matrice, sulla natura del titolare e sulle modalità di apposizione del sigillo.

Le cancellerie vescovili

Le formule adottate dalle cancellerie dei vescovi Daniele Giustiniani (1692-1735) e Aloisio/Luigi Ruzzini (1698-1708) mostrano una spiccata standardizzazione, specchio della consolidata burocrazia curiale. La formula, sostanzialmente identica nei due casi recita: “In quorum omnium et singulorum fidem et testimonium has presentes fieri… et sigilli praefati illustrissimi et reverendissimi domini episcopi nostri, quo in talibus utimur [Ruzzini: uti solemus] iussimus et fecimus appensione muniti”.

“A fede e testimonianza di tutte e singole queste cose, abbiamo ordinato e fatto sì che le presenti lettere fossero redatte… e che fossero protette/convalidate con l’apposizione del sigillo del predetto illustrissimo e reverendissimo signore nostro Vescovo, del quale siamo soliti servirci in casi simili”.

Particolarmente significativa è la clausola “quo in talibus utimur/uti solemus”che indica il sigillo utilizzato abitualmente per quella determinata tipologia di atti. Poiché il titolare poteva disporre di più matrici, destinate a funzioni diverse, la formula contribuiva a precisare quale sigillo dovesse essere impiegato nella convalidazione del documento. Il riferimento testuale alla consuetudine d’uso stabiliva quindi una corrispondenza tra l’atto e il relativo segno di validazione. È la garanzia che la cancelleria sta usando il sigillo giusto e non un falso.

La dimensione comunitaria 

Una diversa relazione tra titolarità e sigillo emerge nei documenti prodotti da istituzioni monastiche, capitoli e ordini religiosi. La roboratio di un documento emanato dall’Abate Generale Umberto in sede di Capitolo dell’Ordine di Sant’Antonio di Vienne (1456) mostra come la formula rifletta la natura collegiale dell’autorità monastica.

“In cuius rei testimonium presentes litteras fieri fecimus et sigillorum nostrorum abbatis et convenuto, quibus in hiis utimur, precepimus appensione muniri”. 

“A testimonianza di ciò facemmo redigere le presenti lettere e comandammo che fossero protette con l’apposizione dei sigilli nostri, dell’abate e del convento”. 

Il riferimento al plurale sigillorum nostrorum, seguito dalla specificazione abbatis et conventus, annuncia la presenza di due distinti soggetti giuridici: l’abate e la comunità. La formula rende quindi esplicita la compresenza di una dimensione personale e di una collettiva della titolarità dell’atto. 

Procedure miste e publica fides: la tripla convalida capitolare

Nel caso del Capitolo della Cattedrale di Bergamo (1589), inserito in un articolato sistema di relazioni ecclesiastiche, civili e notarili, la formula di corroborazione si complica, stratificandosi in un sistema a tripla mandata di sicurezza diplomatica:

“In quorum fidem et testimonium praesentes manu nostra propria signatas fieri, et per notarium et cancellarium nostrum infrascriptum subscribi, sigillique quo in similibus utimur, appensione muniri iussimus et fecimus”. 

“A fede e testimonianza delle quali cose, ordinammo e facemmo sì che le presenti [lettere], contrassegnate di nostra propria mano, fossero redatte, sottoscritte dal nostro notaio e cancelliere qui sotto scritto, e convalidate con l’apposizione del sigillo del quale ci serviamo in casi simili”.

La formula descrive una sequenza articolata di forme di autenticazione: alla validazione autografa “manu propria signatas” e alla sottoscrizione notarile “per notarium… subscribi” corrisponde l’apposizione del sigillo capitolare in cera arancione su cordone serico, recante l’effigie dei santi Vincenzo e Alessandro. Testo e sigillo concorrono così alla costruzione dell’autenticità documentaria. Questa coordinazione testuale dimostra come, in età moderna, il sigillo non escludesse la firma, ma cooperasse con essa per produrre il massimo grado di certezza giuridica.

Aspetti conservativi e tecnologia sfragistica: il sigillo di cera sotto carta

Un particolare rapporto tra formula diplomatica e tecnica sfragistica emerge nella documentazione del Vicariato della provincia lombarda dell’Ordine dei Predicatori.

“In quorum robur et testimonium presentes fieri iussimus et sigilli maioris prelibati vicarii officii munimine roborari”. 

“A forza e testimonianza di ciò che ordinammo che le presenti fossero fatte e fossero rinforzate dalla protezione del sigillo maggiore del prelibato ufficio del vicario”.

La formula utilizza il termine robur, “forza” o “vigore”, in relazione alla funzione di convalida del sigillo. Il riferimento alla protezione e al rafforzamento dell’atto trova una corrispondenza nella particolare tecnica del sigillo di cera sotto carta. Per preservare la cera d’api dalla rottura e dall’usura, l’impronta veniva applicata sul supporto cartaceo e ricoperta con un sottile foglio di carta protettivo. La matrice veniva quindi impressa attraverso questo strato, creando una forma di protezione dell’impronta. La tecnica mostra come la materialità del sigillo e la sua funzione giuridica non siano elementi separati: la necessità di conservare integra l’impronta si traduce in una specifica soluzione tecnica, mentre la formula diplomatica ne sottolinea la funzione di munimen, cioè di protezione e garanzia dell’atto.

L’esame comparato delle formule di roboratio evidenzia che il testo non costituiva un elemento indipendente dalla materialità del documento. La formula annuncia e descrive le modalità attraverso le quali l’atto viene reso autentico, mentre il sigillo ne costituisce la traduzione materiale e visibile. La roboratio diventa così l’anello di congiunzione tra parola scritta e sigillo: attraverso le parole, il documento annuncia il segno che lo ratifica, attraverso il sigillo, quell’annuncio acquista una consistenza materiale, riconoscibile e destinata a permanere nel tempo.

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