Immagini e parole: la scienza sfragistica

Leggende sigillari

Leggende sigillari

Con il termine leggenda si indica tutto ciò che è scritto nell’impronta: il nome e il titolo del titolare, la carica, la dignità, la professione, il nome dell’istituzione, ma anche motti, invocazioni, sigle e monogrammi. Il termine epigrafe può invece essere utilizzato, in senso specifico, per indicare le iscrizioni disposte su linee orizzontali.

La disposizione della scrittura varia in relazione alla forma del sigillo e alla tradizione sfragistica. Nei sigilli più antichi sono frequenti le epigrafi propriamente dette, cioè iscrizioni disposte orizzontalmente. Ne sono esempi alcune bolle plumbee papali e veneziane, nelle quali la scrittura può occupare una o entrambe le facce del sigillo. La maggior parte dei sigilli presenta invece la leggenda lungo il bordo del tipario, seguendo il profilo e circondando la figura rappresentata. L’iscrizione inizia generalmente nella parte superiore del sigillo e procede da sinistra verso destra per chi guarda.

Anche i segni che accompagno la scrittura fanno parte del linguaggio del sigillo. Come nei documenti medievali l’invocazione a Dio e le sottoscrizioni erano spesso precedute dalla croce, così molte leggende sigillari iniziano con una piccola croce a braccia uguali. È il caso, ad esempio, del sigillo di Gian Galeazzo Maria Sforza (1494) dove la croce introduce la lunga iscrizione onomastica “+ IO · GALEA[.] · MA · SF · VICECOM[..]VX · SEXTVS” (IOANNES GALEATIUS MARIA SFORTIA VICECOMES DUX SEXTUS). In altri casi le parole sono separate da punti, rosette, fiori o altri segni. Nella bolla di Clemente VII (1525), ad esempio, il nome è disposto su più righe e separato da punti: “CLE / MENS / · PP’ · VII ·”. Nella bolla della Repubblica di Venezia (1688), invece, la leggenda “DOMINIVM [.]ENETIARVM” è accompagnata da rosette che ne scandiscono la disposizione. Spesso le iscrizioni sono inoltre comprese tra file di piccoli globetti, come si osserva nella bolla di Innocenzo IV (1252), dove la leggenda “INNO / CENTIUS · / · PP · IIII ·” è racchiusa entro un filetto a sfere.

Dal punto di vista del contenuto, le leggende possono essere ricondotte principalmente a due categorie: onomastiche e costituite da motti o invocazioni. Le prime comprendono il nome del titolare e, a seconda dei casi, la sua carica, dignità, titolo o professione. Nei sigilli ecclesiastici possono indicare anche la diocesi, l’ordine o il convento di appartenenza; nei sigilli dei laici possono invece specificare la signoria, il feudo o il titolo del titolare.

La struttura della leggenda conserva spesso la memoria della formula sigillum, anche quando il termine non è scritto per esteso. Il nome del titolare è generalmente espresso al genitivo, secondo una costruzione che può essere letta come “sigillo di…”. Nel sigillo della Curia vescovile di Bergamo (1351), ad esempio, l’iscrizione “+ S’ · CVRIAE · EPISCOPATVS · […]EN” può essere sciolta in SIGILLUM CURIAE EPISCOPATUS PERGAMENSIS: il nome dell’istituzione identifica quindi direttamente il soggetto a cui appartiene la matrice. Allo stesso modo, il sigillo di Lorenzo Maffei (XVI secolo) reca l’iscrizione “+ LAVRENT[.] MAFEVS · CANONIC’ · BERGOMENSIS” (LAURENTIUS MAFEUS CANONICUS BERGOMENSIS), che ne identifica il titolare e la sua dignità di canonico bergamasco. Il sigillo del cardinale Pietro Priuli (1713) presenta invece una formula più articolata, nella quale il nome è accompagnato dal titolo cardinalizio e dal riferimento alla chiesa di San Adriano: “[…]R[.] · TIT · S · ADRIANI · S · R · E · DIACONVS · CARD · PRIOLVS” (PETRUS TITULI SANCTI ADRIANI SANCTAE ROMANAE ECCLESIAE DIACONUS CARDINALIS PRIOLUS).

Nei sigilli episcopali la leggenda può riprendere o abbreviare l’intitulatio del documento. Nei tipi più antichi sono attestate formule semplici, composte dal nome e dalla dignità, alle quali possono aggiungersi espressioni di umiltà o devozione. A partire dall’XI secolo si diffondono anche formule di devozione derivate dalla tradizione dei diplomi regi e imperiali. Nel sigillo di Lotario I Imperatore, ad esempio, la formula “+ XPE ADIVVA HLOTARIVM AVG” (CHRISTE ADIUVA HLOTARIUM AUGUSTUM) costituisce un’invocazione a Cristo associata al nome dell’imperatore. Nel sigillo di Francesco I di Valois-Angoulême (1516) compare invece la formula “Dei gratia”: “FRANCI […] D · G · R[…]CI[…]R[…]NI · D[..]” (FRANCISCUS DEI GRATIA REX PRIMUS SICILIAE ET HIERUSALEM AC MEDIOLANI DUX), attraverso la quale il sovrano dichiara il proprio titolo e il fondamento divino della propria autorità.

Quando il titolare appartiene a un ordine religioso, anche questa appartenenza può essere registrata nella leggenda. Il sigillo di Umberto, abate del monastero di Sant’Antonio di Vienne (1456), ne offre un esempio, indicando nella leggenda la dignità di abate e il monastero di appartenenza: “[…]HUMBERTI · ABB’TIS* / […] ANTONII · VIE[…]” (SIGILLUM HUMBERTI ABBATIS MONASTERII SANCTI ANTONII VIENNENSIS).

Quando invece l’immagine del titolare è sostituita da quella di un santo patrono, la leggenda può esplicitare il rapporto tra la figura rappresentata e l’istituzione. È quanto avviene nel sigillo del Consiglio degli Anziani di Bergamo (1748), dove la figura di Sant’Alessandro è accompagnata dalla leggenda “· S · […] BERGOMI ·  PRO[…]TOR” (SANCTUS ALEXANDER BERGOMI PROTECTOR).

Il percorso prosegue: esplora la scheda dedicata ad approfondire il rapporto tra parola e segno attraverso abbreviazioni e monogrammi nei sigilli.

Dalla parola al segno: abbreviazioni e monogrammi

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